Braso MC risponde

Cosa succede quando ascolti per caso un pezzo rap?
Cosa succede se hai voglia di saperne di più?
Mandi una mail con una lista di domande e speri di avere una risposta.

 

Sono stata fortunata. Sopra trovate il pezzo rap, sotto invece c’è la lista delle domande a cui Braso MC ha gentilmente risposto. Buon ascolto e buona lettura!

D: Chi sei? Cosa fai?
M: Mi hanno sempre messo in difficoltà queste domande, apparentemente semplici, quasi banali, ma di una complessità indescrivibile. Insomma, chi sa davvero definire se stesso e quello che fa nella e della propria vita?

La carta d’identità afferma che mi chiamo Marco Fantasia, per ora ho 24 anni e sono uno studente universitario. Ma tutto ciò non basterebbe comunque. Tutto questo non definisce chi sei, apparendo molto limitativo.

Tuttavia ho iniziato nel 2008, sotto il nome “Braso Mc” entrando a far parte di una crew di zona, la “DFG Crew”, di ragazzi nettamente più grandi di me. Pochi anni dopo si sciolse e da allora ho sempre lavorato da solo componendo i miei primi singoli. Da 3 anni a questa parte mi occupo anche della produzione musicale, con lo scopo di autoprodurmi, riuscendo a creare un home studio molto umile e fondare nel 2016 la “Breis Beat Production”, un’etichetta discografica indipendente e ad ottenere l’appoggio del “White Chicken Studios” di Garbagnate Milanese.

D: Che valore davi alla storia del hip hop quando hai iniziato?
M: E’ strano come viene posta la domanda: la si pone al passato, quasi dando per scontato che il valore, il senso e perché no, il motivo di una scelta, col tempo possa cambiare.

Il valore, nel mio caso, è rimasto lo stesso. Penso che sia un genere musicale che possiede una grande capacità comunicativa e sarebbe un peccato non sfruttarla. Io avevo iniziato, continuando tutt’oggi, per cercare di comunicare qualcosa, che sia malessere o un momento di felicità, facendolo come piace a me.

Non sono mai stato un grande oratore, preferisco ascoltare gli altri che parlare di me stesso. Forse anche per questo faccio rap, ritagliandomi il mio spazio, come dire “se volete ascoltarmi, potete farlo per 3 o 4 minuti”. Io do la possibilità e poi gli altri decidono se ascoltare ciò che ho da dire oppure no.

D: Nel pezzo “La rivincita dei buoni” parli di studiare, costanza e dedizione, sudore sulla fronte. Ti reputi un rapper controcorrente?
M: Oddio, spero di no. Spero che costanza e dedizione siano una prerogativa di tutti per raggiungere un qualsiasi obiettivo.

Ho voluto esprimere questi concetti non tanto per sottolinearne la mancanza, quanto l’importanza. Sembra una cosa scontata ma non lo è perché molto spesso si vogliono raggiungere grandi obiettivi con poco sforzo.

D: Raccontaci qualche aneddoto della tua vita da rapper.
M: Si parla ormai di 6 anni fa, se non erro. Ero in studio a registrare un pezzo quando ad un certo punto entra Dj Jad, uno dei miei idoli da quando ero ragazzino. Ovviamente lui lavorava li, ma non avrei mai creduto di beccarlo così facilmente. Quando hai davanti una persona che stimi davvero tanto non sai mai cosa dire, resti in silenzio e la guardi, come quando la vedevi sul palco a girare i piatti e ora è li davanti a te.

Con un po’ di imbarazzo dico qualcosa: “Ehi Jad! Come ti sembra il pezzo?” Lui rispose: “Suona bene, si sente che sei ancora giovane e acerbo ma sei genuino e vero”.

Quella risposta mi bastava, ero contento. Poi lui si mise a giocare in studio con un carro armato telecomandato che sparava pallini di plastica. Ridevamo tutti. Me la ricorderò a lungo quella scena.

D: Quanto incide la filosofia nel tuo lavoro?
M: Incide moltissimo e non solo nel mio “lavoro”. Cerco davvero di mettere sempre in pratica tutto quello che, in caso contrario, rimarrebbe solo teoria, con la speranza di approcciarmi nel modo più corretto alle diverse situazioni che si possono presentare in un qualsiasi tipo di percorso di vita.

Ecco, penso sia fondamentale l’approccio, a prescindere dall’esito, che non può e non deve essere sempre positivo. Il continuo miglioramento è dato da un costante principio di sana insoddisfazione, il che è sintomo di un corretto approccio.

D: Il tuo pezzo rap preferito e il tuo filosofo preferito.
M: Allora, questa volta faccio il patriottico e rispondo “Aspettando il sole – Neffa”. Lo so, sarò un sempliciotto paraculo, ma quella canzone mi ha sempre dato delle ottime vibrazioni e penso sia un capolavoro del rap italiano.

Ad essere onesti non ho un filosofo preferito, ce ne sarebbero talmente tanti che risulterebbe superficiale citarne solo uno. Tuttavia posso dire che Cartesio, con il suo “Discorso sul metodo” mi ha sempre colpito e continua a farlo tutt’ora. Mi ha sempre affascinato la sua abilità nell’approcciarsi con la giusta razionalità ad ogni tipo di situazione o problema. Poi certo, Aristotele, ma questo piace un po’ a tutti.

D: Dal tuo punto di vista qual è la situazione del rap in Italia?
M: Penso che la cultura hip-hop, come qualsiasi altro tipo di cultura, sia in costante crescita e rinnovamento. Possiamo dire che una cultura, quando nasce, è pura, incontaminata, fino a crescere, evolversi e quindi come si suol dire si “sporca vivendo”.

Penso che oggi la situazione rap in Italia abbia perso un po’ quei valori che inizialmente caratterizzavano questo genere musicale per guadagnarne comunque degli altri. Si è persa quella voglia di combattere le ingiustizie sociali, quella voglia di esprimere davvero concetti nobili, combattere i pregiudizi e lottare per l’unione e non per le differenze sociali e/o etniche. Adesso sembra una gara a chi sia il più bravo, il più ganzo, il più figo. C’è questo costante bisogno di dimostrare qualcosa agli altri prima ancora che a noi stessi, causato forse da un senso di inadeguatezza che si avverte quando ci si rapporta agli altri, ci si sente sempre inferiori ma mai diversi. Adesso si tende a fare quello che fanno gli altri, si è persa quella ricerca di unicità personale, quell’unicità in grado di farci rispondere in maniera approfondita alla prima domanda. Se prima si cercava questa diversità, ora si ha paura di viverla.

Inutile dire che ormai la parola “rap” o “hip-hop” è sulla bocca di tutti e questa potrebbe essere davvero un’arma a doppio taglio. Acquisendo popolarità si rischia di banalizzare e svalorizzare il tutto, proprio per un approccio sbagliato, come dicevo prima.

D: Quando potremo ascoltarti dal vivo in giro per l’Italia?
M: Con il rap la vedo molto dura sinceramente perché mi sto dedicando molto di più alla produzione e non sono mai stato un animale da palcoscenico. Preferisco suonare “dietro le quinte”, o semplicemente sentire le mie produzioni in un locale, sarebbe comunque appagante per un produttore.

D: Da cosa sei ispirato? Chi vuoi ispirare?
M: Mi sento ispirato ancora dalla vecchia scuola, da quei suoni molto vintage della golden age che suonavano in grande stile come J Dilla, Pete Rock, The Alchemist, Dj Premier, Apollo Brown, le mie più grandi influenze.

Sinceramente non mi sento di ispirare qualcuno e quindi di essere una potenziale fonte di ispirazione, anche se il mio invito è sempre quello: andare a fondo in quello che si fa, informarsi, interessarsi e appassionarsi.

D: Invertiamo i ruoli. Fammi una domanda!
M: Hai mai intervistato te stessa?
D: Non ancora, potrebbe essere un’idea interessante.

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